Come riconoscere un font di qualità?

Lorenzo MigliettaLorenzo Miglietta

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Tra le cose che mi piacciono di più al mondo, oltre al Signore degli Anelli, alle mappe geografiche, alla musica rock e a un sacco di altre cose da nerd…una delle mie più grandi passioni è la Tipografia e lo studio dei font.

In molti video o articoli che ho scritto ho spesso parlato dell’importanza di scegliere font di qualità per i propri progetti. Bene, in questo articolo ti spiegherò finalmente come riconoscere un font di qualità, cosa lo rende tale e perché sceglierne uno.

Che cosa rende un carattere tipografico “di qualità”?

Per capire quando un carattere tipografico è di buona qualità e cioè progettato bene, bisogna prima di tutto capire che all’interno del Type Design, ovvero la progettazione di font, ci sono innumerevoli aspetti tecnici da considerare, che contribuiscono al risultato finale di quel font.

Si parla di cose come la quantità di stili, di varianti tipografiche come grassetto, corsivo, black, thin, maiuscoletto…

Ma anche cose come la gestione degli spazi e quindi il kerning, il tracking e l’interlinea.

Tutte le proporzioni tra i vari glifi, tra le aste verticali e orizzontali.

O anche la gestione delle caratteristiche Open Type di un font, necessarie nel 2019.

Questi sono tutti aspetti funzionali, tecnici ed estetici che ci aiutano a capire quanto un font sia o meno di qualità.

Le conoscenze necessarie per costruire un font completo e di buona fattura sono moltissime e non si limitano solamente a scelte estetiche o stilistiche.

Aspetti tecnici da analizzare

Un primo modo per capire se un font è di qualità o meno è proprio quello di verificare se, all’interno di esso, ci sono queste caratteristiche tecniche e progettuali…ma non solo!

Un carattere tipografico, per essere considerato di qualità, ha ovviamente anche bisogno di rispondere a determinate caratteristiche estetiche.

E qui diventa tutto un po’ più complesso. Perché se, da un lato, gli aspetti tecnici sono facilmente analizzabili e individuabili, i canoni estetici sono più soggettivi vero? Ni. Ma questo te lo spiegherò tra poco.

Prima di cominciare, voglio dirti che non andrò a spiegare ogni singolo termine tipografico. Ho spiegato tutto nel dettaglio sul mega-articolo sulle basi della tipografia.

Ora, concentriamoci su alcuni aspetti tecnici che io personalmente utilizzo per verificare la qualità di un font.

I glifi devono essere ben progettati

La prima cosa da fare è osservare e analizzare i singoli glifi. Ci sono alcune caratteristiche che rendono un carattere tipografico di qualità oppure no.

La cosa da guardare è quanto i vari glifi risultino coerenti tra loro a livello stilistico e progettuale.

Le singole lettere devono comunicare allo stesso modo all’interno di tuuutto il carattere tipografico.

Per fare questo tipo di analisi, ci sono alcuni trucchetti che i type designer usano da centinaia di anni.

Ad esempio, ci sono alcuni gruppi di lettere che vengono progettati utilizzando gli stessi elementi compositivi, come h/n/m/r/u. Così come la b/d/p/q oppure lettere maiuscole come O/Q/C/G, che hanno strutture e curve simili tra loro.

Sono proprio questo insieme di elementi che vanno a comporre la struttura portante di un carattere tipografico.

Quando si va ad analizzare la qualità o meno di un font, bisogna ricercare quel ripetersi di quelle forme, di quelle curve, di quello spessore delle aste. In questo modo, leggendo un testo con un font di qualità, si percepisce un senso di ritmo. Non c’è niente fuori posto.

Inoltre, un modo per analizzare la coerenza progettuale dei glifi è confrontare tra loro alcuni dettagli ed elementi che li compongono.

Le grazie devono essere visivamente coerenti

In un font serif di qualità, ad esempio, le grazie devono essere visivamente tutte uguali o perlomeno coerenti tra loro.

E lo stesso discorso vale per la punteggiatura, gli occhielli, lo spessore delle aste, i terminali delle aste e, insomma tutti i dettagli.

I segni diacritici devono essere ben bilanciati tra loro

Un altra cosa che guardo sempre sono gli accenti e i segni diacritici, specialmente quelli di glifi non usati comunemente in italiano o inglese come accenti circonflessi o altri elementi più rari come ogonek, macron, cediglia o altri.

Se anche questi elementi sono progettati e bilanciati bene, seguendo gli stessi principi estetici e con cura del dettaglio, spesso è un ottimo segnale di qualità.

La quantità di glifi

Inoltre sono attento anche la quantità di glifi contenuti all’interno di un determinato carattere tipografico.

Avere tanti glifi non è un vezzo da collezionista, ma è semplicemente uno strumento che rende flessibile il font che si va ad utilizzare, poiché lo rende adattabile a tutte le varie lingue che utilizzano quei determinati glifi o segni diacritici. Ad esempio il tedesco usa la doppia S (o scharfes S) ß, il polacco, l’ogonek  ę, ancora il francese, la cediglia ç.

Quindi, se prevedi di scrivere un testo lungo, ti consiglio di scegliere un font che contenga anche questi segni diacritici, perché quasi sicuramente ogni tanto ti capiterà di dover inserire parole straniere.

Come capire se un font è di qualità?

Ora facciamo un esempio di tutto quello che abbiamo detto finora. Prendiamo i font Helvetica Neue, Minion Pro e Melisande Sharp.

Non c’è dubbio sulla perfezione dei primi due, entrambi progettati con una coerenza indubbia. Scrivendo un testo in uno di questi due font, tutto ci sembrerà al suo posto, coerente e lineare.

Melisande Pro (scaricato gratuitamente), invece, non è orripilante, ma risulta essere di scarsa qualità. Analizzando il primo gruppo di lettere dell’immagine, possiamo vedere che la h/n/m/u hanno le stesse forme di base. La r però non richiama la forma della n, come succede negli altri due font.

Inoltre, la m/n/r non hanno correzioni ottiche, cosa molto importante quando si lavora con la tipografia.

Altro errore lo si può notare negli accenti, non coerenti l’uno con l’altro. Ciò denota una scarsa attenzione al dettaglio, che rende questo font complessivamente di bassa qualità.

1. Ha pesi diversi?

Il fatto che un carattere abbia molti pesi diversi non significa che sia per forza di qualità, ma è un segnale di cura progettuale, il che, spesso, è segnale anche di cura in altri ambiti.

Inoltre, avere font con molti pesi è piuttosto utile per i propri progetti, perché ci permette di creare contrasto e gerarchia visiva.

Generalmente si va da un minimo di 4 varianti di stile e di peso, ovvero roman e bold, e roman italic e bold italic. Ma è sempre meglio quando ce ne sono di più.

Quando devi utilizzare il font solo per un logo, o per un titolo singolo, non è fondamentale, ma per avere una maggiore flessibilità, ti consiglio di considerare quante varianti di peso un font possiede.

2. Ha delle vere varianti di testo?

In particolare, mi riferisco al corsivo (o italic), all’obliquo e al maiuscoletto.

Generalmente, un font di qualità, specialmente se deve essere usato per un lungo testo, ha bisogno di un vero corsivo, cioè una variante del font che abbia dei glifi differenti, specialmente se è un serif o graziato. Ad esempio, in questo caso, il Minion Pro ha un vero corsivo.

Nel caso non avesse un corsivo, deve avere un obliquo, come nel caso di font sans-serif geometrici o neo-grotteschi come Futura, Helvetica o Univers. Non hanno un vero corsivo ma rimangono comunque font di qualità se utilizzati nei giusti modi.

L’importante è che non abbiano una versione obliqua che è semplicemente una versione stretchata del font nella versione regular.

Un’altra variante che secondo me è molto importante che ci sia è il maiuscoletto. Per capire se un font che si ha già ha un VERO maiuscoletto, basta aprire un programma come Illustrator o InDesign, impostare qualche lettere in maiuscoletto e verificare: lo spessore delle aste è uguale a quello delle minuscole? Se la risposta è sì è un vero maiuscoletto, se la risposta è no allora non è un vero maiuscoletto.

3. Ha una buona gestione degli spazi?

Gestire gli spazi all’interno di un carattere tipografico è un’arte.

Davvero. I veri Type Designer (e sono pochissimi al mondo) conservano i loro trucchi per gestire le varie coppie di kerning come qualcosa di estremamente prezioso.

Un font di qualità è quello in cui, quando lo si usa, non si devono apportare quasi mai modifiche nella crenatura e nella spaziatura (a parte i casi in cui si hanno necessità progettuali per farlo).

4. Utilizza le funzionalità Open Type?

Ultimo aspetto, per me molto importante, è che il font abbia le funzionalità Open Type.

Open Type è un formato di file di font, sviluppato verso la fine degli anni ‘90 da Microsoft, ormai diventato il formato principale quando si parla di file di font.

Questo perchè un carattere Open Type permette di avere al suo interno tantissimi glifi, tantissime feature, come ad esempio l’utilizzo di legature, l’utilizzo di numerazioni diverse (come apice, come pedice), che siano tutte coerenti con il resto del font.

Conclusioni

Spero davvero che questo articolo ti sia stato utile e che ti abbia fornito gli strumenti necessari per poter riconoscere un font di qualità per i tuoi prossimi progetti.

Ovviamente sì, è importante valutare se un font è di qualità o meno, ma ad un certo punto la domanda finale da porsi prima della fatidica scelta, è: questo font è adatto al progetto in cui verrà usato?

Alla prossima,

Lorenzo.

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