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Quali sono le categorie di font? Serif, Sans serif e tutti gli altri

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Le categorie di font

Grafigata è il blog di grafica più visitato in Italia e, in questo articolo, voglio parlare di quelli che sono indubbiamente tra gli attori principali nel mondo del graphic design: i font.

In quest’articolo dedicato a spiegare le basi della tipografia, ho spiegato bene che cos’è un font (e la differenza con “carattere” e “glifo”), com’è fatto un font e come si usano nel graphic design. Insomma, tutte le basi della tipografia.

In questo articolo che stai leggendo, invece, voglio approfondire quelle che sono le tipologie di font, ovvero le categorie in cui solitamente vengono suddivisi.

Prima di partire in quarta e arrivare a parlare delle categorie di font, bisogna fare…

Un po’ di storia della tipografia

Cos'è la tipografia

Il dizionario definisce tipografia come “l’insieme delle attività e delle tecniche di stampa, in particolare mediante l’uso di caratteri mobili in rilievo che vengono bagnati di inchiostro e applicati alla carta bianca, su cui lasciano l’impronta”.

Questa definizione di tipografia ti sembra vecchia?

Beh, in effetti la moderna tipografia risale al XV secolo, in particolare al 1456, anno in cui Johann Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili. Essa consisteva, sostanzialmente, nell’allineare i singoli caratteri metallici, precedentemente costruiti, fino a formare una pagina, cospargerli di inchiostro e poi pressarli su di un foglio di carta.

Questa macchina ebbe una rapidissima diffusione in tutta Europa fino al 1814 quando Friedrich Koenig, a Londra, costrui la prima macchina pianocilindrica che permise, tramite l’utilizzo dell’energia a vapore di triplicare la velocità di stampa e iniziare a creare i primi automatismi di stampa.

Altro capitolo di innovazione fu l’invenzione delle macchine Linotype (1886) e Monotype (1894) che furono le prime vere macchine di composizione tipografica automatica.

La digitalizzazione della tipografia

La vera digitalizzazione della tipografia avvenne infatti a partire dal 1985 grazie al lavoro di poche aziende.

Aziende come Adobe, Aldus ed Apple, infatti, sono state pioneristiche nel settore e hanno permesso, tramite una serie di innovazioni e tecniche, la digitalizzazione dei font.

La cosiddetta “desktop revolution” (Keith Tam – Digital typography: a primer) trovò appunto il suo culmine nel 1985 con tre innovazioni delle tre citate aziende:

  • Il codice PostScript di Adobe;
  • Il primo programma di impaginazione digitale Aldus PageMaker;
  • La prima stampante laser economica a 300 dpi della Apple, il tutto collegato ad un Apple Macintosh

Questi tre furono tre strumenti capaci di gestire i font su schermo per la prima volta in modo completo.

Perché è importante la Storia della Tipografia per conoscere le categorie di font?

Gli altri ragazzini giocavano con i Lego, ma io preferivo il Futura e il Gill Sans.  (twittami!)

– Erik Spiekermann

Con la diffusione della grafica digitale i font sono diventati di uso comune per chiunque utilizzi un computer. Cosa c’è di più immediato che scegliere il font da utilizzare per un documento, un progetto, una mail, scorrendo la famosa “tendina dei font“?

Quando si scorre quella tendina, si vedono moltissimi caratteri tipografici completamente diversi l’uno dall’altro. Spesso, si può essere portati a pensare che quei caratteri siano così diversi perché, chi li aveva progettati, semplicemente voleva fare qualcosa di diverso dagli altri.

La verità però è un’altra: ci sono così tanti caratteri diversi perché appartengono ad epoche diverse, nelle quali si avevano diverse necessità stilistiche e diverse possibilità tecnologiche.

Ad esempio, i font “bastoni”, cioè quelli senza grazie (ti spiego meglio nei paragrafi dopo) praticamente non esistevano fino a circa un secolo fa.

E anche all’interno dei font “graziati” ci sono numerose categorie (che ora andiamo ad approfondire) in cui l’aspetto estetico è dipendente dal periodo storico in cui sono stati creati.

In questo famoso video, si capisce quanto le tipologie di font, derivino dai cambiamenti nel corso della storia stessa della tipografia:

Ok. Fatto tutto questo preambolo, possiamo parlare dell’argomento dell’articolo: le categorie dei caratteri tipografici.

Le categorie di font

Ogni font è composto in modo diverso, ha diverse caratteristiche, ha diverse dimensioni, ha diverse forme ed esprime diverse sensazioni.

E quindi? E quindi si può partire innanzitutto dal cercare di categorizzare i vari font in varie famiglie, o gruppi, o classi. Insomma, in varie categorie.

La suddivisione principale: Serif e Sans Serif (o graziati e bastoni)

Se un graphic designer ti dice “grazie”, non rispondere “prego” – (twittami!)

Nelle scuole o università di grafica molto spesso viene detto che i tipi di carattere si dividono in due categorie, i serif e i sans serif due termini francesi che significano “con grazie” e “senza grazie”. Ovviamente queste sono le due categorie principali, però ce ne sono molte altre.

Come detto, le due principali categorie di font sono i serif e i sans serif che in italiano detti graziati i primi e bastoni i secondi.

Serif e Sans serif

Cosa sono le grazie, in un font?

“Serif” significa “grazia” ovvero quegli allungamenti, solitamente ortogonali, alle estremità del carattere. Vengono utilizzate per rendere il carattere più elegante, più “aggraziato”.

Le grazie nascono dal cosiddetto carattere lapidario romano, una forma di scrittura di epoca latina in cui le grazie erano funzionali a una più facile incisione del carattere sulla pietra.

Le sottocategorie di Serif (o graziati)

Nel corso della storia della tipografia, come visto nel video del paragrafo sopra, si sono sviluppati numerose sotto-famiglie di font serif.

In base al periodo storico, si usavano caratteri tipografici con caratteristiche leggermente diverse. A volte dovute agli strumenti usati, altre dovute alle mode e tendenze dell’epoca.

Solitamente, si dividono i font serif o graziati in 4 categorie storiche.

1. Old Style (Veneziani o Umanisti e Garald o Romani antichi)

Gli Old Style sono la prima categoria di caratteri serif, procedendo in ordine storico. Questa categoria è a sua volta divisa tra i Veneziani o Umanisti (come il Centaur) e i Garald o Romani antichi (come il Garamond).

La prima sotto-categoria dei font Veneziani aveva altezza dell’occhio del font relativamente piccola (la x-height inglese), un basso contrasto tra linee spesse e sottili, aste trasversali inclinate nella “e” minuscola e un “colore” molto scuro, inteso come l’effetto generato dalla densità di inchiostro stampato su una pagina.

 

 

 

Immagine presa dal nostro corso online Font-Ninja

I font “Garalde” sostituirono poi i font Veneziani/Umanisti perché garantivano una lettura più scorrevole.

I Garalde sono infatti caratterizzati da un maggiore contrasto tra linee spesse e sottili e da una maggior rifinitura dei tratti, come si può notare, ad esempio, dalla presenza di grazie più dritte e appuntite, quasi cuneiformi.

In questo confronto: Jenson (Umanista), Garamond e Caslon (Garalde):

2. Transizionali

I Transizionali, dei quali il capostipite è stato il Baskerville nel 1757, è una categoria che raggruppa font molto popolari (ma più recenti) come il Times New Roman, il Cheltenham e il Georgia.

I font Transizionali furono fortemente caratterizzati dall’approccio Illuminista di rigoroso ordine. Infatti, si cercò di allontanarsi dalla scrittura manuale dando maggior precisione ai segni grafici.

I Transizionali (chiamati così perché situati storicamente tra i Romani antichi e i Romani moderni) si differenziano dai romani antichi grazie a forme più geometriche, a un contrasto maggiore tra aste verticali e orizzontali, da grazie più appiattite e da un allineamento più verticale negli occhielli delle lettere.

3. I Bodoni o Didoniani (o Romani moderni)

Successivamente, tra fine ‘700 ed inizio ‘800, arrivarono i “Bodoni” (che prendono nome dall’omonimo font). In inglese e francese vengono detti anche Didoniani (dal font Didot) e un po’ dappertutto sono chiamati anche Romani moderni.

Proseguono nella ricerca di geometricità iniziata dai font transizionali e dal Baskerville. Hanno un passaggio molto marcato tra aste verticali e orizzontali e possiedono grazie molto fini e sottili che formano angoli retti con le aste.

4. Slab Serif o Egiziani

Successivamente, con il diffondersi delle tecniche di stampa, i font iniziarono ad aumentare vertiginosamente e arrivarono gli Slab Serif o Egiziani (o anche Square SerifMechanical o Mécanes).

Sono stati definiti Egiziani per un motivo piuttosto stupido: all’epoca in cui inizialmente apparvero (i primi decenni dell’800) l’antico Egitto era parecchio di moda. Fin dalla pubblicazione nel 1809 del Description de l’Égypt in seguito alle esplorazioni e scoperte di Napoleone e del suo esercito.

I tipografi decisero quindi, molto semplicemente, di utilizzare un termine che all’epoca era sulla bocca di tutti.

Insomma, l’hanno fatto per pubblicità.

E, coincidenza, la pubblicità ha moltissimo a che fare con gli Slab Serif (o Egiziani): si sono infatti diffusi grazie alle crescenti necessità creative dell’advertising, il quale si stava sviluppando proprio in quegli anni.

Sono caratterizzati da un utilizzo estremo del contrasto e dall’utilizzo di grazie perpendicolari e molto sottili, ovvero caratteristiche volte solamente a catturare l’attenzione e non a garantire leggibilità.

Proprio per questi motivi furono molto criticati in quel periodo storico per aver contribuito a rovinare la buona tipografia (ad esempio in Writing, Illuminating & Lettering di Edward Johnston).

Le categorie di Sans Serif o bastoni

Per capire bene quali sono le categorie dei font senza grazie, bisogna, anche qui, capire come si sono evoluti a livello storico.

La cosa più importante da dire è che non sono sempre esistiti fin dagli inizi della storia della tipografia.

I sans serif, in italiano detti caratteri a bastoni o lineari, nascono infatti in Inghilterra durante l’Ottocento. Nacquero proprio parallelamente ai font Egiziani e inizialmente vennero usati con gli stessi scopi: pubblicità, industria e “per distinguersi”.

Inizialmente c’era grande confusione attorno a questa nuova tipologia di font. Tra chi li chiamava Egiziani, chi Grotesque, chi Gotici, non ci si capiva più niente.

Il termine “sans serif ” pare esser stato coniato dal tipografo Vincent Figgins (al quale, tra l’altro, viene anche attribuita la creazione del primo font Slab Serif, l’Antique, nel 1815).

I Sans Serif Grotteschi

I caratteri sans serif creati tra il Diciannovesimo secolo e i primi due decenni del Ventesimo prendono il nome, nelle classificazioni moderne, di Grotesque (Grotteschi).

Il motivo di questa denominazione è derivante proprio dalla parola italiana “grottesco”, che all’epoca veniva utilizzata per indicare qualcosa di mostruoso o di aberrante, legato alle grotte e quindi all’assenza di civiltà.

Insomma, un giudizio molto positivo, no? 🙂

Questi caratteri Grotteschi, sono caratterizzati, oltre che dall’assenza di grazie, da alcune significative peculiarità:

  • Asse verticale delle lettere e forma tendenzialmente squadrata delle curve;
  • Scarso (ma presente) contrasto visivo;
  • Molti caratteri grotteschi hanno una G maiuscola caratterizzata da uno spuntone che genera la forma di una freccia, una g minuscola caratterizzata dalla presenza dell’occhiello inferiore e/o una R con la gamba incurvata (però non nel Franklin Gothic che uso in questo esempio).

 

Alcuni font Grotteschi possono essere considerati l’Akzidenz Grotesk (1896), il Franklin Gothic (1903), il Johnston Sans (1916, quello della metropolitana di Londra) e il Gill Sans (1926).

Gli ultimi due (Johnston Sans e Gill Sans), vengono spesso categorizzati anche come font Neo-Tradizionalisti o Neo-Umanisti, perché ispirati alle forme degli antichi font Umanisti, ritenuti più naturali e leggibili.

2. I Neo-Grotteschi

Si tratta di quei font che hanno le stesse caratteristiche dei font grotteschi di fine ‘800 ma sono sviluppati a partire dal Secondo Dopoguerra, rispondendo alle esigenze del moderno graphic design e del crescente mondo digitale.

Gli esempi più famosi sono l’Univers e l’Helvetica (entrambi degli anni ’50 e svizzeri).

Questi font si distinguono dai classici Grotteschi per alcuni dettagli come una maggior geometricità, una g minuscola senza l’occhiello inferiore e la presenza di numerose varianti di peso, strutturate all’interno di una famiglia di font.

3. I Geometrici

In quegli stessi anni (anni ’20 e ’30 del Novecento), assieme a quei caratteri sans serif “Neo tradizionalisti”, come il Gill Sans e il Johnston Sans, nascono anche i sans serif “Geometrici”, spinti dalle rivoluzioni artistiche nate attorno alla scuola del Bauhaus e a movimenti come il De Stijl olandese.

Tra tutti i caratteri geometrici, non si può non citare il più famoso di tutti, quello che, ancora oggi, è tra i caratteri più amati: il Futura, del tedesco Paul Renner.

Il Futura viene creato nel 1928 ed è considerato il capostipite dei caratteri sans serif geometrici. Infatti, è basato sulle tre forme geometriche di base: il cerchio, il quadrato e il triangolo.

Le altre categorie

Oltre a serif, sans serif e alle loro sotto-categorie, esistono svariate altre famiglie di caratteri.

I caratteri gotici (o Blackletter)

La stampa a caratteri mobili fu inventata in Germania da Johannes Gutenberg e, infatti, le prime lettere stampate sulla Bibbia di Gutenberg erano le “Blackletter” ovvero quelle di stile Gotico.

Esistono tre diverse categorie di font di stile Gotico:

  • Textura (o Old English) assomigliano maggiormente alla calligrafia usata nella copiatura manuale dei libri. È la tipologia usata da Gutenberg nel 1455.
  • I Schwabacher, usati in Germania dal 1480 al 1530, e rimasero in uso occasionalmente fino al XX secolo.
  • Fraktur, ovvero i più utilizzati e frequenti. Venne creata quando, nel 1513, l’imperatore Massimiliano I preparò una serie di libri e fece creare il nuovo carattere appositamente. Gli stampatori tedeschi utilizzarono i caratteri Fraktur come metodo principale di stampa fino al veto nazista del 1942.

Oggigiorno, i caratteri gotici non vengono più usati da nessuna parte, se non per casi particolari o per decorazioni. Un uso che tuttavia è rimasto è quello dell’utilizzo di caratteri gotici per le testate e i loghi dei quotidiani.

I caratteri Script o informali

Tra esse bisogna assolutamente citare i cosiddetti Script o Informali. Si tratta di caratteri che sostanzialmente simulano la calligrafia e la scrittura manuale, in vari modalità diverse. Sono generalmente poco leggibili e da usare solo in casi davvero particolari.

I font Fantasia o Originali

Molti altri caratteri vengono raggruppati generalmente nel gruppone Fantasia o Originali. Una categoria che raduna tutti quei font in cui ci sono caratteri che ricordano particolari oggetti, come ad esempio il font usato per i libri e i film di Harry Potter in cui le lettere ricordano le saette. Ovviamente non sono adatti ad essere usati nei testi ma solo per titoli e in casi particolari.

Un esempio, da un post della pagina Facebook di Grafigata:

I font Simboli

Sono infine quei font composti solamente da simboli, da icone o da emoji. Come ad esempio lo storico Zapf Dingbats.

Per approfondire

Questo è solo uno dei tanti articoli dedicati ai font e alla tipografia su Grafigata, alcuni dei migliori articoli dedicati a questo argomento scritti dopo quello che stai leggendo sono:

Come imparare di più sui font e sulla tipografia? (e diventare Ninja dei Font)

Qui su Grafigata, con questo e gli altri articoli che ti ho linkato, puoi avere, gratis, una marea di informazioni su font e tipografia.

Ma il mondo della tipografia è un mondo meraviglioso ed affascinante, in cui puoi trovare moltissime di cose da imparare

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Alla prossima,

Lorenzo.

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