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Che cos’è il design thinking

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Design Thinking

Vuoi sapere qual è uno dei processi creativi più efficaci che ti permette di ottenere i risultati più creativi e dinamici nei tuoi progetti?

In questo articolo voglio mostrarti cosa sia il design thinking e farti capire perché, ponendo al centro l’utente nei tuoi progetti, questi progetti raggiungano una qualità che nemmeno ti aspetti!

Pronto? Cominciamo dai.

Per poter parlare del cosiddetto design thinking e darne una definizione, bisogna prima ragionare sul termine inglese “design“. Nonostante la parola “design“, in inglese, venga quasi sempre utilizzata per indicare un oggetto o un prodotto finito, il suo significato più completo è quello che comprende l’intero processo creativo. Un verbo, quindi, “to design“, e non un nome.

Il design è tutta quella serie di azione di problem solving, che portano a risolvere un problema con la creatività, con un’idea.

C’è molta confusione attorno alla definizione di design thinking, così come c’è confusione nella definizione della stessa parola design. Ma quindi che cos’è il design thinking? È il pensare da designer? È il rinnovare gli oggetti?

Ti do adesso una definizione chiara e semplice basandomi su quello che dicono i più importanti esperti del settore.

Una definizione di Design thinking

C’è un grande dibattito a riguardo ma, sostanzialmente, senza addentrarsi in accademismi o definizioni arzigogolate, si può parlare con certezza di alcuni aspetto di questo processo. Perché si, innanzitutto il design thinking è un tipo di processo creativo.

Quel che lo differenzia da il solito processo creativo (Problema>idea>soluzione) è l’atteggiamento stesso verso la fase di progettazione e di creazione. L’attenzione viene focalizzata sulla parola “thinking” e quindi sul fatto che alla base di ogni progetto ci sia il tentativo di rispondere ad una necessità umana.

Il design thinking è quindi un processo incentrato sulla persona (human-centered), sui suoi bisogni e sulle soluzioni che vengono ideate. È l’utente, attraverso osservazioni e ricerche da parte del designer, a decidere se un prodotto debba esistere o meno.

Herbert Simon, noto economista e psicologo della seconda metà del ‘900 affermò nel suo libro Le scienze dell’artificiale, che in questo tipo di processo creativo, “non ci sono giudizi. Questo fa si che venga eliminata la paura di fallire aumentando gli input e la partecipazione. Le idee spontanee sono le benvenute, perché sono quelle che portano alle soluzioni più creative. Chiunque è un designer, e il design thinking è un modo per applicare le metodologie del design alla vita di tutti i giorni. (twittami)”

Per Tim Brown, fondatore della IDEO, di cui vi ho già parlato nell’articolo su come il gioco possa migliorare la creatività, il design thinking è il pilastro su cui basare la propria progettazione. Il “pensare design”, per Tim Brown, è il tentativo di compiere una rivoluzione ideativa, di non cercare più di fare oggetti belli, utili e proficui, ma è qualcosa di molto più grande: è il costruire attorno ad un oggetto un suo significato e una sua storia. Dare un perché ad ogni oggetto creato. (twittami)

Ma, per definire ancora meglio il design thinking, è bene descrivere quali sono le fasi più importanti all’interno di questo processo.

Le fasi del Design thinkingDesign Thinking fasi

Creare attorno ad ogni oggetto di design un significato ed una storia può sembrare molto complicato, ed in effetti lo è, ma solo perché ogni designer ha bisogno di importanti competenze specifiche. Il processo in se, invece non è complicato e può essere sintetizzato in 4 fasi.

1. Definire il problema

Semplice no? C’è un problema, ok, ora bisogna definirlo. In realtà è probabilmente la fase più complicata. La parte più complicata, in particolare, è quella di decidere quale sia il problema da risolvere, perché di problemi ce ne possono essere molti, che distolgono l’attenzione da quelli principali. Bisogna scegliere quello giusto.

Nel design thinking, il processo di osservazione svolge un ruolo cruciale. Come detto prima, il “pensiero design” è incentrato sull’utente, sulla persona, capisci quindi come sia essenziale osservare attentamente quali siano gli atteggiamenti dell’utente, i suoi bisogni, i suoi problemi.

Bisogna toccare le cose, sentire le opinioni, vedere i comportamenti. È per questo che un creativo non dovrebbe mai lavorare stando tutto il giorno chiuso dentro un ufficio. Anche solo fare una semplice passeggiata può dare un importante stimolo alla creatività.

La mente di un designer deve essere curiosa, deve farsi continue domande, deve chiedersi perché? Come mai questa cosa non funziona? Perché le persone interagiscono con un oggetto in un determinato modo e non in quell’altro? Come posso migliorare tutto ciò?

Una volta definito il problema bisogna cancellare attorno ad esso tutti i preconcetti mentali che lo accompagnano, così da poter andare alla fase 2. Ti faccio un esempio: invece di definire un problema come “devo costruire una sedia”, cancella tutti i preconcetti dietro all’idea di sedia e pensa invece “devo creare qualcosa per tenere la gente sospesa”. Ti permette più creatività, no?

2. Considerare svariate opzioni

La filosofia del design thinking afferma che non importa quanto ovvia possa sembrare la soluzione ad un problema, bisogna sempre considerarne altre. Guardare un problema da diverse prospettive porta sempre a migliori risultati. (twittami)

Anche i migliori team e i migliori creativi spesso, per mancanza di tempo o forse di motivazioni, cadono nella “trappola” di applicare a tutti i problemi sempre la stessa soluzione, magari perché funzionante la prima volta. Questo è un approccio sbagliato sia dal punto di vista dell’efficacia, perché si trascurano possibili soluzioni migliori, ma anche dal punto di vista del divertimento! Cioè, che noia è fare sempre le stesse cose per ogni progetto?

In questa fase di analisi delle varie opzioni, il lavoro in team è molto spesso più efficace. Emergono di sicuro idee migliori da 5 persone in un giorno piuttosto che da 1 persona in 5 giorni. Scopri alcune cose che ho imparato sul lavoro di gruppo.

Il trucco è riconoscere ogni proposta e ogni opzione come una possibilità, come un’opportunità.

3. Testare determinate soluzioni

Design Thinking processo

Nella fase precedente dovrebbero essere emerse un sacco di opzioni, con relative soluzioni al problema definito dalla fase 1. A questo punto bisogna scegliere. Ma non bisogna farlo in modo definitivo escludendo ogni altra strada, bisogna procedere a tentativi.

Se si lavora nell’ambito del Design del prodotto (industrial design), ad esempio si procede con la creazione di modelli di prova e di prototipi. Se si lavora nell’ambito della grafica si possono fare schizzi, creare possibili layout di prova o modellare in 3D e via così.

Essenziale in questa fase è ottenere feedback, di utenti, clienti, amici o colleghi. Anche soltanto per capire che la strada che si sta prendendo è totalmente sbagliata o non funziona per un motivo a cui non avevate fatto caso.

Insomma, non si è ancora arrivati alla fase finale, ma qui bisogna iniziare a prendere alcune strade per vedere dove possano portare e per testare come queste soluzioni interagiscano con il problema iniziale.

4. Creare

Ok, a questo punto si è percorsa abbastanza strada. È il momento di scegliere il “vincitore”. Obbiettivo della fase 4 è quello di concluderla con il problema iniziale totalmente risolto nel modo ritenuto migliore.

Questa fase, teoricamente molto difficile, se si è dotati delle giuste competenze tecniche, arriva invece con estrema facilità alla sua conclusione. La maggior parte del lavoro e dello studio è stata già fatta, infatti, nelle fasi precedenti. Si tratta quindi di completare il lavoro di ricerca, definizione e creazione di prototipi e prove svolto finora.

Anche qui torna di nuovo utile, però, la fase dei feedback. Che può portare sia a un miglioramento in futuro del prodotto, sia a nuovi problemi e quindi a nuove sfide da affrontare e da risolvere con il processo del design thinking.

Risorse utili

Ovviamente non basta un solo articolo per completare questo argomento. Se ti interessa approfondire un libro molto interessante a tal proposito (consigliatomi in ambito universitario e di cui ho letto alcuni passaggi nella biblioteca universitaria) è “Design Thinking: Process and Methods Manual” di Robert Curedale. Si, è in inglese, lo so! 🙂

Altri articoli che ho scritto su Grafigata.com di argomento correlato al Design Thinking sono invece:

Conclusioni

Ok, dopo questo articolo dovrebbe esserti un po’ più chiaro che cosa sia il “pensiero design” e come esso sia strutturato.

Prima di concludere. È importante sottolineare di nuovo come il design thinking non sia un processo creativo applicabile solamente al mondo del design, della grafica o dell’arte ma in qualsiasi ambito, dal marketing all’economia, dall’ingegneria alla vita di tutti i giorni.

Questo processo sprigiona la creatività e porta a soluzioni impensabili a inizio percorso. È per questo che oggigiorno è così amato e studiato.

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Fammi poi sapere che ne pensi di questo articolo! Anche tu nella tua agenzia, nel tuo studio o nella tua camera di casa applichi il processo del design thinking per risolvere i problemi e sviluppare i progetti? Fammi sapere le tue esperienze qui sotto, nel box dei commenti!

Alla prossima, Lorenzo.

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