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Cos’è il Design For All e come usarlo per cambiare il mondo!

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Da_Vinci's_Anatomical_Man

Mi avete appena conosciuto ma spero abbiate già capito che… io non sono standard! No, tranquilli, non mi sto auto-esaltando! Detta in un altro modo, io non sono come l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci.

Mi riferisco, infatti, ad una constatazione dal punto di vista delle misure metriche umane.

Io non sono “fatto” da misure standard, date ad esempio dalla sezione aurea applicata al corpo umano, ma delle mie, personali, misure e dimensioni. Ho una particolare altezza, un particolare peso, una determinata circonferenza del cranio e così via. E come me chiunque su questo pianeta. Capirete quindi che progettare seguendo le cosiddette “misure standard” è controproducente. Si progetta, infatti, per una minoranza estrema di persone “perfette”, sempre che esistano.

Progettare oggetti o elementi grafici utilizzabili da qualunque persona (o perlomeno da una abbondante percentuale) è parte della sotto-categoria del mondo del Design chiamata Design for all o anche, in modo forse più ottimistico, Design for better life.

Nella Dichiarazione di Stoccolma del 2004 dello EIDD (l’Istituto Europeo per il Design e la Disabilità), il Design for all è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza e costituisce una sfida creativa ed etica ad ogni designer, progettista, imprenditore, amministratore pubblico e leader politico.

“Si, ok, va bene, bella ‘sta solfa però dimmi un po’… A cosa mi serve sapere sta roba?”

Sapere le tecniche per progettare in modo da includere più categorie di persone possibile è un modo per distinguersi nella massa dei designer emergenti.

Mi spiego con un esempio. A cento designer viene commissionato da un’azienda un progetto di un coltello da cucina che possa essere prodotto in modo economico e distribuito a più categorie possibili di utenti (ad esempio venduto in un supermercato).

Chi, con ogni probabilità, verrà selezionato sarà chi avrà posto maggior attenzione ai temi dell’usabilità, progettando un coltello dall’impugnatura ergonomica e facile da maneggiare anche da persone anziane, con determinati accorgimenti progettuali che possano prevenire infortuni, eccetera.

Adesso avete capito cosa intendo? L’inclusione, nei prossimi anni e decenni (Invecchiamento della popolazione, hello?) e il Design for All saranno, sempre di più, dei valori e conoscenze necessarie nella formazione di un designer. Acquisire tali competenze in anticipo rispetto alla “concorrenza” darà, sicuramente, vantaggi dal punto di vista commerciale e di “piazzamento sul mercato”.

Ma, al di là del pragmatismo relativo al mondo del lavoro, progettare per rendere la vita migliore a più persone possibili è anche un modo per cambiare in meglio il mondo e la vita delle persone. Non a caso il termine “Design for all” è interscambiabile con “Design for better life”.

Nei prossimi post scriverò ancora di questi argomenti, pubblicando anche metodi, tecniche e, soprattutto, esempi di cosa significa progettare in modo inclusivo. A presto, Lorenzo.

Foto tratta da Wikimedia Commons.

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